JESUS OUT TO THE SEA: 11 RACCONTI E UN QUADRO FINALE…
Novembre 11, 2007
Non volendo attendere le calende greche, mi sono procurato una copia americana di Jesus out to the sea, edizioni Simon and Schuster. Ne valeva la pena. Sono undici racconti, 240 pagine, scritti da James Lee Burke in un arco temporale che va dal 1992 (Winter light, pubblicato in Epoch) al 2007 (l’ultimo racconto ad aver visto la luce è Mist, uscito su The southern review). Non faccio finta di conoscere l’inglese meglio di quanto lo conosca, ciò vuol dire che molte cose mi sfuggono, però mi sono goduto per quanto mi è possibile questa lettura, soprattutto sapendo che questi racconti non sono ancora in circolazione. Chissà se Marco Vicentini pensa di editarlo in italiano (Marco: dacci qualche lume….). Racconti di bambini e di violenze (The molester), di santità (Texas city 1947), di jazz e di rock’n'roll (bellissimo The day Johnny Ace died). Il racconto che titola la raccolta è stupendo. Nelle ore immediatamente successive Katrina e la grande inondazione di New Orleans, il protagonista, su una barca insieme al suo amico Miles, ripensa agli anni in cui era bambino. Cresceva con Miles e suo fratello Tony, imparando ad apprezzare il jazz prima di diventare un buon musicista. Poi il Vietnam e le gang si erano portate via l’innocenza dei tre amici, di cui uno – Tony – è probabilmente morto in uno scontro tra corrieri della cocaina in Sudamerica. Ora l’uragano e l’indifferenza degli States si stavano portando via anche la loro città. L’unica cosa che rimane, alla fine del racconto, è un Cristo di legno, portato dalla marea, per le strade di New Orleans. Le ultime righe del racconto sembrano un quadro oppure una scena da un film neorealista. “Galleggia di fianco a noi il grande Crocifisso di legno, divelto dalla chiesa che c’è in fondo alla mia strada. E’ sulla sua schiena, le braccia spalancate, le onde che scivolano sulla sua pelle. I buchi nelle sue mani sembrano petali di bouganvillea sulle pareti di una chiesa. Gli chiedo cosa è successo. Lui mi guarda a lungo, come se fossi veramente duro a capire. ”Ah, si, ho capito cosa intendi. E’ esattamente quello che pensavo”, gli dico, non volendo mostrare quanto sono tonto. Ma considerando la compagnia con cui mi sono ritrovato - Gesù e Miles e Tony che ci attende da qualche parte – credo di non aver nessun problema con il mondo”. Aggiungo solo una cosa: leggo i libri di Burke con grande rispetto verso l’opera di un uomo e di uno scrittore, che ha una grande onestà intellettuale e umana. Questi racconti mi colpiscono per la densità del loro ritrarre. Per la presenza insopprimibile di una cosa eterna: la pietà. Nelle tredici pagine del racconto che titola il tutto, scorrono vite intere rilette alle luce della grande distruzione, lasciando una parola finale alla speranza. Che spettacolo…..
Novembre 12, 2007 alle 12:42 pm
meglio di mccarthy corman il guru?
Novembre 12, 2007 alle 2:49 pm
ciao Leandro, mi fai una domanda-domandona….
stiamo parlando dei due scrittori viventi che amo di più. Mettiamola così: in una cosa Burke è sicuramente superiore, nella descrizione, nell’illustrazione, nella capacità di raccontare il contesto……
Novembre 12, 2007 alle 5:00 pm
Eh, che spettacolo sì leggere Burke… uno degli scrittori che più ti fanno percepire LA VITA, che non è quella merdina fredda che ci invischia ogni giorno, in questa landa urbana abitata da sub-umani.
Burke scrive come si dovrebbe scrivere, narrando storie bellissime e “vere”, e cogliendo (o perlomeno cercando di stimolare alla ricerca de) il senso pieno della vita.
I suoi romanzi sono durissimi e poetici, ma è per me una bellissima notizia leggere che anche sulla corta distanza del racconto (forma narrativa che adoro) non viene persa un’altra sua caratteristica importante: l’impegno civile, la rappresentazione sociale attraverso la visione degli eventi della propria terra.
Darei un rene per avere questo libro tradotto, ma uno l’ho perso sulla strada di McCarthy, l’altro l’ho donato a Rizzoli per far tradurre l’ultimo di John Connolly.
Grazie Jim, grazie Southland, e speriamo grazie Marco Vicentini…