MARY GAUTHIER: IO E I LIBRI DI BURKE…
Ottobre 23, 2007
Avevo avuto la sensazione che ci fosse una particolarissima relazione tra le ultime cose scritte da James Lee Burke e l’ultimo disco di Mary Gauthier, cantautrice di New Orleans. L’avevo scritto alcuni giorni fa. Era una sensazione, nulla più. Poi sono riuscito a intervistarla e… la verità ha confermato la sensazione. Ecco cosa mi ha risposto:
WG – Personalmente sento nelle tue canzoni grandi collegamenti con una certa letteratura. Una canzone come Cant’ find way home mi ricorda un recente racconto di James Lee Burke, Jesus out to the sea. In altri momenti mi viene in mente Flannery O’Connor o Faulkner…
Mary Gauthier – Guarda, ho appena terminato di leggere l’ultimo libro di Burke, Tin roof blow down e ho la sua raccolta di racconti Jesus out to the sea. Sono una sua vera fan. Sono anche stata nella casa di Flannery O’Connor e sono anche innamorata della sua letteratura. In effetti questi due scrittori mi hanno influenzato profondamente, più di qualsiasi altro.
Fa piacere trovare due figli della Louisiana così in sintonia. Per chi vuol leggere l’intervista completa, questa è l’url: http://www.risonanza.net/?p=82. E lasciate pure i vostri commenti….
L’OCCHIO DEL CICLONE SUL GRANDE SCHERMO
Ottobre 22, 2007
L’estate 2007 è stata un momento di gran lavoro per attori, tecnici, scenografi e in genere per tutta la troupe di In the electric mist with the confederate dead, il film che sta nascendo dalle pagine di quello che in Italia era stato pubblicato con il titolo di L’occhio del ciclone. Regista del film tratto dal 12° libro di Burke è il francese (curiosa la scelta, un francese che racconta una storia di “francesi d’America….”) Bernard Tavernier, che ha già firmato il magnifico Round midnight. Il film è ricco di begli attori, ma soprattutto vede Dave Robicheaux interpretato dal grande Tommy Lee Jones. E’ un film di “musicisti”: c’è Levon Helm (the Band) e c’è soprattutto Buddy Guy che interpreta il musicista Sam ‘Hogman’ Patin (quindi un Buddy guy che non fa il chitarrista, bensì il suonatore di accordion…). Il volto di Bootsie sarà quello di Mary Steenburgen, mentre John Goodman darà “corpo” a “baby feet” Balboni. La previsione di uscita del film sugli schermi italiani è per la prossima primavera…
DAVE ROBICHEAUX: LO “STRANO” DETECTIVE
Ottobre 14, 2007
Il tenente Robicheaux del dipartimento di polizia di New Orleans “nasce” con Pioggia al Neon e – per fortuna – non è ancora morto vent’anni dopo. Ha un soprannome, Streak, ed è un personaggio poco malleabile, da qualsiasi parte lo si prenda. Non è a casa sua nemmeno nella polizia e non a caso già alla fine del primo libro, si dimette dalla polizia: “Con il tempo ho imparato che il punteggio va avanti da solo. Tu continui a tenere sotto pressione il battitore, poi un giorno alzi la testa e guardando il tabellone scopri con piacevole stupore che il tuo punteggio è aumentato”. Ama il blues e ne ha una conoscenza-esperienza comune a tutti coloro che vivono in Louisiana. Riflettendo su Golden chain di Blind Lemon Jefferson, dice tra sè e sè: “Mi chiesi come mai solo i neri sembravano trattare realisticamente la morte nelle loro produzioni artistiche. I bianchi ne scrivevano come fosse un’astrazione, la usavano come strumento poetico, se ne preoccupavano solo quando era lontana. La maggior parte delle poesie di Shakespeare e Frost sulla morte sono state scritte quando erano ancora giovani. Quando Billie Holiday, Blind lemon Jefferson o Leadbelly cantavano della morte, sentivi il cane del fucile del secondino, vedevi una figura nera appesa ad un albero e alle sue spalle un sole tinto di rosso….”.
Nel team dei commissari-detective-PI della letteratura, Robicheaux entra saltando la fase della panchina, delle riserve: è subito lì a giocare in serie A, con Maigret, Nestor Burma, Sam Spade e Philip Marlowe. Vive modestamente, si cura del suo fisico, apprezza la cucina della sua terra, cerca di star lontano dall’alcool e non sviene per ogni sottanella che gli passa davanti. Conserva la forte presenza di un padre (scomparso) autentico e sincero. Non è “schierato”. Non ha amici: l’unico “compagno” è (almeno i nquesto primo libro) piuttosto ambiguo. Ha combattuto in Vietnam. Conosce pregi e difetti dell’animo umano e per questo non giudica “a priori”, ma lascia giudicare Dio.
Già: Dave ha qualcosa di assolutamente imprevisto e insolitamente nuovo, è cattolico. Come Jim Burke che l’ha creato. Non so perché, ma questo è un elemento che me lo fa sentire fuori da qualsiasi standard precedente. E per questo lo amo di più. Quando il richiamo dell’alcool si fa forte, Dave se ne torna sulla sua houseboat e si dice un rosario. Più tardi prega “Dio Onnipotente, no nmi abbandonare, anche se io Ti ho abbandonato”. E mentre l’epilogo giunge per lui come per il mafioso DidiGee Giacano pensa “se non manteniamo le promesse che facciamo a Dio, perché dovremmo mantenere quelle fatte agli amici e ai superiori?”. Che ci fa un detective violento con il rosario in mano? Siamo dalle parti della Leggenda del Santo bevitore di Joseph Roth.
Dave ha un difetto, evidente e colossale: non ha senso dell’umorismo. Non è Marlowe, che spesso discute con assassini o mandanti con il sorriso sulle labbra e nemmeno Grave Digger, risate e calibro 9. Dave si porta sempre sulle spalle il peso immane della sua esistenza barcollante e del mondo, ovunque vada e chiunque incontri. Credo sia il segno di quanto partecipata sia l’esistenza del suo autore.
PIOGGIA AL NEON
Ottobre 14, 2007
L’apparire di Pioggia al neon in libreria (alcuni anni fa e poi ora che Meridiano Zero l’ha ripubblicato) ci riporta “all’inizio” della vicenda di Dave Robicheaux e dell’opera di James Lee Burke. Il libro è del 1987 (pubblicato negli Usa da Henry Holt & Company). La storia inizia nei giorni che precedono un’esecuzione capitale e termina con una vecchina di colore che sale sul tram e dice “Pioverà a catinelle stasera”. In mezzo ci stanno tante cose: il tentato omicidio del fratello di Dave, Jimmie, le morti brutali di alcuni buoni e di alcuni cattivi, un traffico internazionale d’armi in cui sono coinvolti mafiosi, gangsters, killer e vecchi militari nobili nell’onore, ma senza più bussola morale. In mezzo – tra giovani puttane, junkie e cinema porno – ci stanno i guai del tenente della omicidi di New Orleans, Dave Robicheaux, che nel dipanarsi della vicenda se la vede bruttissima con i fantasmi del suo passato (o presente….) da alcolista e con un collega-amico (Clete Purcel) simpatico, quanto inguaiato personalmente e ambiguo in certe “scelte professionali”. C’è anche qualche raggio di sole, nella vita del tenente, che infatti (a pag. 42) incontra e ama un’assistente sociale, Annie Ballard, “sotto i 30, capelli mossi dal vento e grandi occhi“, che diventerà sua moglie.
Ma in mezzo, nel cuore della storia, tra l’esecuzione nel carcere di Angola e l’epilogo, ci stanno i colori, gli odori, la musica e i sapori di New Orleans, della sua terra, della sua gente. Qui sta la novità assoluta. C’è tanta gente che mangia poor boy, una sorta di maxi panino farcito con insalata, salsa cajun, ostriche e gamberetti. C’è Dave che si mangia beignet al Cafè du Monde (che è un posto abitualmente frequentato da Burke: chi non c’è stato deve provare ad immaginarselo: un locale di metà Ottocento, in legno e ghisa, tutto verde e giallo, con le poltroncine in pelle blu e rossa; è stato ri-sistemato dopo Katrina). C’è tanto blues (come ha scritto Marco Denti nel magnifico pezzo da noi pubblicato) e ci sono tante riflessioni-blues. C’è anche tanta “presenza religiosa”: Dave è cattolico e tra una sbronza e un omicidio tenta di affidare la sua anima a Dio. C’è tanta vita, tanta realtà, tanto sguardo partecipato alle cose. Si seguono le pagine e “si vive New Orleans e la Louisiana” così come Simenon faceva vivere Parigi.
In tutto questo dispiegarsi di vita e letteratura, Robicheaux nasce come personaggio, mentre James Lee Burke nasce come autore (anche se ha già pubblicato sei titoli). La letteratura “non di genere” ha trovato un nuovo autore da seguire. Gli appassionati del noir hanno un nuovo personaggio da seguire. Questo accadeva nell’87. Ri-leggere oggi Pioggia al neon oppure leggerlo per la prima volta conferma la grandezza dell’esordio. Non è un giallo. Non è un noir. E’ un ROMANZO. La differenza non sto a spiegarla….
UPS AND DOWN IN LOUISIANA WITH DAVE…
Ottobre 11, 2007
Son passati alcuni anni da un magnifico pezzo uscito a firma Marco Denti su Lateforthesky. Lo pubblichiamo. Grazie Marco!
“Ci vuole una cartina della Louisiana per seguire Dave Roubicheaux, il protagonista di gran parte dei romanzi di James Lee Burke. Oltre al fatto che il posto dove abita e’ al centro di un’intricata rete di sentieri e strade sterrate, canali e paludi, lui ci mette del suo perche’ e’ sempre in giro in cerca di guai. Gli riesce benissimo perche’ New Iberia e’ un sottoprodotto di New Orleans e Dave Robicheaux e’ invece una conseguenza tipica dell’America marginale e minoritaria. Ha tutte le doti del perfetto loser: veterano del Vietnam (una mina l’ha rispedito a casa pieno di scheggie), gia’ poliziotto con un grande senso per la giustizia e nessuno rispetto per l’istituzione fragile e corrotta e, infine, un passato da alcolista. Fin qui e’ tutta roba da New Orleans, o meglio dei suoi bassifondi. Non a caso, Dave Robicheaux ha lasciato la jungleland cittadina per trovare un po’ di tranquillita’ in un capanno con relativo molo sul Golfo. E’ qui che l’eroe principale di James Lee Burke vorrebbe trascorrere i suoi anni in compagnia di una sorta di famiglia con tanto di figlia adottiva e procione al seguito (ognuno ha gli animali domestici che si merita) nonche’ pescando fino al tramonto. Pero’, come diceva in “L’angelo in fiamme” (forse uno dei suoi romanzi piu’ affascinanti) “l’inferno non ha confini” e, per forza maggiore, Dave Robicheaux si ritrova coinvolto in un caso dopo l’altro. Con esplosioni di violenza feroce e lancinante, che James Lee Burke concretizza, come meglio non si potrebbe, attono al personaggio di Dave Roubicheaux, senza dimenticare il complesso contesto in cui avviene. In un’intervista ha detto: “La violenza e’ il primo rifugio per gli emarginati e gli ignoranti. E’ una sorta di fallimento morale. E’ sempre l’ultima risorsa degli intelligenti e dei coraggiosi. Quando Dave agisce con violenza e’ sempre in difesa di qualcuno, e sempre per risolvere definitivamente la violenza circostante. E’ orribile, ma e’ qualcosa che ha veramente una parte determinante nella realta’ umana. Noi critichiamo la violenza tutti i giorni in questo paese, ma guarda alla nostra storia. Siamo nati con una rivoluzione violenta e da allora siamo stati in tutte le guerre. Non siamo un popolo pacifico”. Non lo si puo’ smentire, nemmeno nel 2001. A partire da questa base, che mette insieme avventura, noir e thriller, i menu’ di Dave Robicheaux non sono particolarmente raffinati: se non e’ soul food sono gamberetti e gamberetti e ancora gamberetti. Ogni tanto un po’ di ostriche come aperitivo, nulla di piu’. Uguale, le storie di James Lee Burke che, pur vantando la stima di una scrittrice come Kaye Gibbons e amici che si chiamano Jim Harrison, Thomas McGuane, Hunter Stockton Thompson (nonche’ la definizione di Jonathan Kellerman, a sua volta scrittore: “James Lee Burke e’ il William Faulkner della crime fiction”) sembra tornare a rimasticare il solito blues, magari piu’ o meno ispirato. Un motivo lo suggeriscono ancora quattro righe de “L’angelo in fiamme”: “Mi sono spesso trovato a pensare che la storia non sia una sequenza lineare, e che tutti i protagonisti della vicenda umana conducano le loro esistenze simultaneamente, forse in dimensioni diverse, ma occupando gli stessi luoghi a insaputa gli uni degli altri, come se tutti gli esseri umani fossero figli di un unico concepimento spirituale”. Avendo letto a sua volta Ernest Hemingway, Eudora Welty, Flannery O’Connor, Tennessee Williams, Robert Penn Warren, John Steinbeck e John Cheever perche’ “loro hanno creato gli stampi e noi abbiamo imparato”, James Lee Burke sa che anche la piu’ insignificante, misera e disperata delle esistenze contiene un frammento di luce e continua a scavare nello stesso fango, perche’ quello che conta aleggia nell’aria. “Ci sono spiriti in tutte le mie storie. Io credo che ci siano spiriti anche nella vita reale e penso che il mondo visibile sia soltanto un’estensione di quello invisibile. Sono una sola entita’ e io credo in un potere superiore”: essendo Dave Robicheaux e James Lee Burke prigionieri di un’area dove il blues regna indiscriminatamente da sempre, essendoci nato, non e’ difficile intuire da dove arrivino i loro spiriti. Partendo da “See That My Grave Is Kept Clean” di Blind Lemon Jefferson, a suo tempo rivista dall’onnipresente Bob Dylan e poi dalla grandissima versione dai Dream Syndicate di “Ghost Stories”. Canzone che appare citata chiaramente in “Pioggia al neon” e visto che i morti ammazzati sono tutt’altro che una rarita’ nei romanzi di James Lee Burke, “See That My Grave Is Kept Clean” assume una valenza del tutto particolare. Ci pensa proprio lui a spiegarne il perche’, tra le righe dello stesso romanzo: “La maggior parte delle poesie di Shakespeare e Frost sulla morte erano state scrite quando erano ancora giovani. Quando Billie Holiday, Blind Lemon Jefferson o Leadbelly ne cantavano, sentivi il cane del fucile del secondino, vedevi una figura nera appesa a un albero con alle spalle un sole tinto di rosso, sentivi l’odore della bara di pino che veniva seppellita nella stessa terra che il mezzadro morto aveva coltivato per tutta la vita”. O morti, o in galera, la stessa Angola cantata da Aaron Neville e in cui i personaggi di “Piccola notte cajun” ricordano di avere incontrato “tre grandi chitarristi blues come Leadbelly, Robert Pete Williams e Hogma, Mathew Maxie”. Questi nomi non sono un’eccezione per James Lee Burke perche’, tra l’altro, ha conferito al suo detective imperfetto una passione che ci accomuna. Infatti Dave Robicheaux e’ un piccolo esperto e un grande fans perche’ colleziona 78 giri di swing, downhome blues e primissimo jazz (fara’ un eccezione al digitale per il favoloso “Screamin’ And Hollerin’ The Blues”, “The Worlds Of Charlie Patton”, che e’ un vero e proprio tesoro). Non e’ finita qui. C’e’ ancora blues in “L’occhio del ciclone” dove un bluesman suona Stagger Lee (si direbbe ispirato a Big Joe Williams, per via della chitarra e dello stile), canzone che da sola meriterebbe un’indagine di Dave Robicheaux e un romanzo intero di James Lee Burke (e una curiosita’ su “L’Occhio del ciclone”: nella copertina dell’edizione italiana c’e’ una bella fotografia di William Burroughs, chissa’ perche’). Infine, e’ proprio il territorio, il bayou, le paludi, il Mardi Gras e il voodoo, la corrente del Golfo (che ha un ruolo fondamentale in “Rabbia a New Orleans”), le ville coloniali e i campi di cotone a condividere la stessa geografia del blues. A volte i suoi romanzi sembrano fin troppo sdolcinati per quei tramonti infuocati, le albe lussureggianti, i bayou misterioso e miracoloso, ma Dave Robicheaux e’ un uomo che non fa distinzioni tra romanzo e romanticismo e vorrebbe che il lettore, questo strano oggetto del desiderio, provasse le sue stesse emozioni. Cosi’, ogni tanto, si lascia andare, come in questo passaggio di “Rabbia a New Orleans”: “Quando il sole rosso della sera sembrava accartocciarsi e fondersi nella brace che ardeva all’orizzonte, si vedeva l’alone delle luci di New Orleans prendere piano piano il suo posto e allargarsi nel cielo sempre piu’ scuro. Le nuvole erano nere, verdastre, basse sulla citta’, venate di lampi, e incombevano cupe da Barataria fino al lago Pontchartrain: voleva dire che nel giro di poco torrenti di pioggia avrebbero inondato le strade, sferzato le palme sulla passeggiata, otturato i tombini nel Quartiere Francese e riempito la galleria di querce in St. Charles Avenue di nebbiolina grigia, attraverso i cui i vecchi tram verniciati sarebbero avanti sui binari come inviati speciali del 1910″. Scenografia che puo’ trarre in inganno perche’ James Lee Burke e’ un narratore nella cui tavolozza si possono trovare tanto le istruzioni per la pesca d’alto bordo quanto mille ricette per cucinare i gamberetti, ma e’ anche un alchimista dei ricordi e della memoria (scrive in “Piccola notte cajun”: “Vi sono eventi a cui si assiste, o ai quali si partecipa, che rimangono eternamente sacri, inviolati nella memoria, per quanto doloroso sia il loro ricordo. E la ragione e’ il prezzo pagato, da te o da chiunque altro, per essere stato presente in quel momento, nell’istante in cui l’obiettivo ha scattato quell’immagine indelebile”), dei rapporti umani (“…raramente possiamo dire di conoscerci, e che siamo soltanto in grado di immaginare le vite che in ciascuno di noi attendono di essere vissute”…), del proprio essere (“Il tempo e l’eta’ mi avevano finalmente insegnato che vi era un momento in cui bisognava lasciarsi andare, dimenticare la serieta’ dell’universo, cedere agli altri il terribile dovere di prendere posizione su se stessi e sul mondo”) e un dispensatore di filosofia spicciola, utile a sopravvivere quando si divide la propria sorte con persone che “sono all’oscuro di come va il mondo”. A New Orleans e dintorni tutti conoscono tutti e Dave Roubicheaux e’ un’anomalia nei detective noir, ma i blues degli uomini sono uguali che nel resto del mondo. Cosi’ per seguire l’evoluzione e i viaggi dei personaggi di “L’angelo in fiamme”, “Prigionieri del cielo”, “Rabbia a New Orleans” (pubblicati da Baldini&Castoldi), di “Pioggia al neon” (pubblicato da Meridiano zero in una nuova edizione) o quelli di “Piccola notte cajun” e “L’occhio del ciclone” (Mondadori) non serve una mappa della Louisiana o un navigatore satellitare GPS (la tecnologia e’ arrivata anche qui) puntato sul Delta, ma piuttosto le piccole intuizioni nate dall’osservazione, dai dialoghi, dai confronti che formano lo strano viaggio della vita. A proposito di biografie, anche quella di James Lee Burke sembra un romanzo. E’ nato ad Houston, Texas, nel 1936 ed e’ cresciuto sempre nell’ambito della Gulf Coast. Prima di affermarsi come narratore (il suo primo romanzo e’ del 1960, ma la fortuna ha cominciato a salutarlo soltanto vent’anni dopo e, per inciso, in Italia e’ stata tradotta una meta’ dei suoi romanzi) ha lavorato ha lungo nell’industria petrolifera, e’ stato assistente sociale nele strade di Los Angeles, reporter in Louisiana e persino un impiegato del servizio forestale federale nel Kentucky (lavoro quest’ultimo che non puo’ ricordare lo splendido Jack Kerouac di Angeli Della Desolazione). All’elenco, giusto per la cronaca, vanno aggiunti anche i ruoli di insegnante (alla Wichita State University, Kansas) e pompiere (chissa’ dove). Con moglie e quattro figli divide il suo tempo tra Missoula, Montanta e New Iberia, Louisiana: “i miei sogni mi hanno portato in molti luoghi” ha scritto, ma alla fine si torna sempre a casa“. Marco Denti
New Orleans, New Orleans….
Ottobre 5, 2007
New Orleans,
l’uragano Katrina, Jim Burke e Mary Gauthier. Quali sono i nessi? Eccoli, dannatamente semplici. JLBurke ha legato la sua vita a New Orleans e a New Iberia. Mary – cantante – è nata e cresciuta tra New Orleans e altre parti (spesso non belle) della Louisiana. Entrambi hanno dedicato qualcosa di molto particolare alla distruzione operata dall’uragano Katrina ai danni della loro città. Per Burke si tratta di un racconto, Jesus out to the sea (ne abbiamo già parlato…). Per Mary si tratta di una canzone, Cant’ find way home, compresa nel suo ultimo e bellissimo Between daylight and dark (per saperne di più sul disco: www.risonanza.net) . La canzone n
arra il dramma di chi – come Mary – ha guardato in tivù la marea dell’acqua che distruggeva la sua città, il suo quartiere, la sua casa, senza poter “tornare a casa”…. Jim e Mary, lontani, probabilmente nemmeno si conoscono, eppure così drammaticamente vicini nel modo di sentire, di raccontare, di scrivere o cantare….
Can’t find way home (MARY GAUTHIER)
This is not my street
This is not my house
That is not my bed
This is not my town
Another day another night
Another night another day
I wanna go home
I can’t find the wayThe levee broke the water came
Went all the way up to my roof
I crawled up there and cried
What else could I could do?
Another day another night
Another night another day
I wanna go home
I can’t find the way A boat brought me to I-10
I sat there three days, maybe four
Thousands stranded on the interstate
Every hour boats brought more
Another day another night
Another night another day
We wanna go home
We can’t find the wayWith nothing but our dreams
And memories of who we’ve been
Scattered forth like seeds
At the mercy of the wind
Another day another night
Another night another day
We wanna go home
We can’t find the way
Another day another night
Another night another day
We wanna go home
We can’t find the way
Meridiano Zero: Burke è mio e me lo tengo stretto…
Settembre 23, 2007
Ha “preso il testimone” da marchi più consolidati e ne ha fatto uno dei punti fermi della sua proposta editoriale. Stiamo parlando di Marco Vicentini (nella foto), editore di Meridiano Zero, che da qualche anno ha portato sotto la sua protezione il nome di James Lee Burke, precedentemente in mano a Gialli Mondadori e Baldini e Castoldi. Abbiamo parlato con Vicentini del presente e del futuro dei libri di Jim in Italia. E l’abbiamo trovato ben convinto a “tenerselo stretto”. L’intervista è “iniziata” a tavola (informalmente) ed è finita in un semplice scambio di mail (formalmente). Ecco le risposte…
Walter Gatti - Meridiano Zero è ormai il “marchio” italiano di James Lee Burke. Come è accaduto che un “piccolo” riuscisse a conquistare un nome già pubblicato dai “grandi”?
Marco Vicentini - In un certo senso per l’entusiasmo che ho mostrato per Burke come scrittore a tutto tondo, e non come scrittore di genere, come lo vedono gli altri editori. Io amo moltissimo e vorre pubblicare anche i libri di Burke che non fanno parte della serie di Robicheaux. Infatti il primo che ho pubblicato e’ stato Two for Texas.WG – Hai appena pubblicato Pioggia al neon. Quali sono i programmi editoriali di Meridiano Zero sui titoli della bibliografia di JLB?Vorrei proseguire a pubblicare alternatamente tutti i titoli della serie di Dave Robicheaux, una novità e una riedizione – con nuove traduzioni, se necessario – per poi passare agli altri.
WG – Avremo la possibilità di leggere titoli “minori”, come le raccolte di racconti o gli altri volumi “non-Robicheaux”?
Certamente. Come ho detto vorrei pubblicare “tutta” l’opera di Burke.
WG – Ci puoi dire – a grandi linee – i numeri dei lettori “amanti di Burke” o comunque “amanti di Robicheaux”, vale a dire il “quanti siamo”?
MV – Non ne ho la minima idea. Su questo forse mi potrai aiutare tu con il sito. Un sito dedicato a Jim dovrebbe diventare un punto di riferimento per tutti i suoi lettori “fedeli” e quindi consentire di avere un’idea del numero.
WG – Paura che un domani un editore “più importante” ti porti via il gioiello?
MV – Un passo alla volta: per ora penso a far crescere il piu’ possibile Burke in Italia e non vado a pensare a futuri possibili…
WG – Le tue passioni letterarie: svelaci chi sono gli scrittori che ami di più…
MV – L’elenco è lungo e non è semplice. In breve: Cormac McCarthy, James Cain, Giancarlo De Cataldo, Phillip José Farmer, Ralph Koenig e molti altri.
WG – Hai mai incontrato Jim? Cosa puoi raccontarci su di lui come persona?
MV – No, purtroppo non l’ho mai incontrato, anche perche’ bisognerebbe andarlo a trovare nel Montana. Una prospettiva affascinante, ma non semplice da realizzare…
WG – Nessun piano per portare Jim in Italia?
MV – Mi piacerebbe molto. Mi sono mosso varie volte e in italia ci sarebbero molti festival letterari che sarebbero felici di averlo ospite, ma lui declina sempre. Non si muove molto volentieri…
Missoula: dalla “nostra inviata” alla Bookfest…
Settembre 19, 2007
Come promesso, eccoci a un report “più corposo” della presenza di Jim al festival del libro di Missoula. La nostra “inviata” è Caroline Patterson (Caroline, i adore you, thank you for the great support….), giornalista e scrittrice del Montana, attualmente lavora con la Farcountry Press di Helena (www.farcountrypress.com). Ecco il suo racconto: “La tavola rotonda che ho moderato era titolata Short and sweet, Breve e dolce, ed era incentrata sul ‘racconto’. Comprendeva quattro diversi scrittori, James Lee Burke, che ha appena pubblicato una raccolta di racconti, Jesus out to the sea; Ron Carlson, Clair Davies e Rick deMarinis. Gli scrittori hanno risposto a domande sul perché la forma ‘racconto’ continui ad essere diffusa, nonostante la maggior parte degli editori attualmente pubblichi solo romanzi. Burke e Davis hanno sottolineato che scrivere una storia è come comporre un pezzo musicale, qualcosa di piccolo e breve, diversamente dal grande impianto di un romanzo. Da questo punto di vista il racconto è una forma originaria, molto preziosa e quasi immortale. Dal canto suo deMarinas ha invece suggerito l’impressione che la televisione oggi, in molti modi, ha preso il posto dei ‘racconti’, annullandone la presa sul pubblico e sugli editori. Sul possibile decadimento del racconto, Burke ha poi ricordato che nel passato F.S. Fitgerald e Hemingway si mantenevano con le short stories, cosa che non è possibile fare oggi.
Entrando invece sul rapporto profondo tra scrittore e senso del racconto, sempre JLBurke ha ricordato che ‘uno scrittore’, come ha sentenziato George Orwell, ’spesso scrive per correggere la storia’. Lo scrittore, ha detto Jim, ha una necessità bruciante di re-impostare il passato, di farlo funzionare meglio e questo avviene in modo più diretto nella short story. Tutti gli scrittori del panel hanno sottolineato l’importanza del processo di riscrittura del passato. Burke e deMarinas hanno concluso così: ‘riscrivere è tutto. Così la storia ricomincia..”. Grazie Caroline…
Missoula: Jim protagonista al Bookfest…
Settembre 18, 2007
Concluso la Bookfest di Missoula, ecco (come avevamo promesso) un report della presenza di Jim. Ce lo invia la gentilissima Kim Anderson (thank you KIM, you are wonderful…..), una delle reponsabili di Humanities Montana, l’ente per il sostegno delle arti dell’Università del Montana: “Il festival è terminato sabato notte. James Lee Burke è un amico fantastico per tutti noi del Montana Festival of Book, ed è nostro ospite fin dall’anno della sua prima edizione, il 2000. Quest’anno ha partecipato al panel di sabato 15, al pomeriggio, al Wilma Theatre. L’argomento della conversazione era “il racconto”, la short story. Mentre molti lettori non associano Burke a questa forma, in realtà lui è un vero maestro del genere e la sua recente raccolta Jesus out to the sea lo dimostra. Gli altri scrittori che partecipavano al dialogo erano Claire Davis, Rick DeMarinis e Ron Carlson. Sabato sera, poi, Jim è stato il l’autore che ha concluso il GalaReaders, iniziato alle 19.30 e proseguito sino a notte. Un must per i 500 presenti. Jim ha letto proprio il racconto Jesus out to the sea, una piece poderosa, di fronte a una platea assolutamente affascinata. Standing ovation finale. Una serata meravigliosa”. Non si stenta a credergli……………
La vita di JLB in 40 righe, a short Burke biography
Settembre 11, 2007
Nato a Houston (Texas), il 5 dicembre del 1936, James Lee Burke è uno degli scrittori più noti e apprezzati degli Stati Uniti. Nato e cresciuto durante gli anni della grande depressione, seguita al crollo di Wall Street, la stessa descritta impietosamente da John Steinbeck, “Jim” Burke era figlio di un ingegnere che lavorava in Louisiana nel settore delle condutture petrolifere e del gas. Ha frequentato la Southwestern Louisiana Institute e si è laureato in scrittura creativa all’università del Missouri. Il suo primo impiego, però, l’ha ottenuto nella stessa grande azienda in cui lavorava suo padre (scomparso nel 1954), vale a dire la Houston Pipeline. Qui, lavorando sugli oleodotti texani, ha scritto il suo primo libro, Half of Paradise e si è sposato, prima di ottenere un incarico come insegnante alla Southwestern University nel 1960. La vita “professionale” di Jim in questo periodo è molto.. varia. Si trasferisce in Colorado a lavorare come custode di tenute agrarie, poi si sposta a Los Angeles, nel famigerato Skid Row (il quartiere più violento di South Central). Qui lavora come assistente sociale (“l’esperienza che più mi ha insegnato a vivere”) mentre contemporaneamente sua moglie Pearl insegna alla Manual Arts High School, che a quel tempo era definita “la peggior scuola d’America”. Lasciata la California, i signori Burke continuano il loro peregrinare e Jim prende un incarico come insegnante presso il Servizio Forestale: finisce a insegnare nei posti più sperduti degli Stati Uniti, tra cui presso le comunità disperse nelle Cumberland mountains del Kentucky, dove la gente vive “in uno stato primitivo”, senza luce e acqua corrente e vestendosi con “sacchi adattati come fossero vestiti”. Proprio in quel momento gli giunge una proposta di insegnamento all’Università del Montana. E’ il 1966 e la vita di Jim e Pearl inizia ad assestarsi mentre la carriera di scrittore ancora non decolla: “uno dei miei libri, The lost get back boogie, viene rifiutato da 111 editori nell’arco di nove anni”. Le cose cambiano, d’improvviso, con Black cherry blues, che nel 90 si aggiudica l’ambitissimo Edgar Award, il più importante premio mondiale dedicato al “mystery”, definizione ambigua che comunque identifica il romanzo giallo-thriller (e anche questa è una definizione ambigua…). Da quel punto la carriera di Jim (che intanto ha festeggiato i 54 anni) è esplosiva: rivince l’Edgar nel 98 con Cimarron rose e altri premi letterari con Sunset limited, Purple Cane Road, Jolie Blon Bounce e Pegasus Descending. La sua migliore creazione, Dave Robicheaux, detective fallito che vive sul bajou, diviene un classico della letteratura contemporanea, solo per convenzione rinchiuso nel recinto della definizione “giallo”, mentre il suo secondo personaggio, Billy Bob Holland, pur avendo meno successo – e forse riuscendo meno “completo” di Robicheaux – si ritaglia comunque una fetta di attenzione tra i lettori dei cinque continenti. Il successo di Jim e dei suoi libri si consolida anche attraverso l’attenzione del cinema, che porta in scena Heaven’s prisoners (con Alec Baldwin e Kelly Lynch), Two for Texas (un film per la tv con Kris Kristofferson nella parte di Hugh Allison) e In the electric mist with the confederate dead (in lavorazione, con la regia di Bernard Tavernier e Tommy Lee Jones nei panni di Dave Robicheaux).